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CPO-online fornisce linee guida e indicazioni comportamentali qualificate per la soluzione di specifici problemi e disturbi psichici che affliggono l'individuo.

 

Ma quali sono nello specifico le mansioni dello Psicologo clinico!

 

In linea generale è possibile affermare che lo Psicologo clinico e di comunità si occupa della diagnosi, della cura e del trattamento di quelli che sono definiti e classificati come Disturbi Mentali, quali i disturbi dell'Umore, i disturbi d'Ansia, i disturbi dell'Alimentazione, ecc.

 

Così come delle problematiche interpersonali, che non costituiscono vere e proprie patologie e disturbi conclamati, che tuttavia comportano o causano un marcato disagio all'individuo o sono fonte di disagio per altri, p.e., le problematiche nella coppia coniugale, nel rapporto tra genitori e figli, il disagio psichico esperito nel contesto lavorativo, scolastico o nelle interazioni sociali, nelle disfunzioni sessuali, ecc.

 

Raccomandiamo di rivolgersi solo e soltanto ai professionisti del settore per la cura del Disturbo psichico esperito o per affrontare il disagio sperimentato a livello psichico e sociale. Riteniamo importante sottolineare anche che lo Psicologo nel contesto di consulenza non giudica, non critica e non moralizza, e che ciò che viene comunicato rimane assolutamente confidenziale.

 

Per qauanto concerne il nostro approccio terapeutico, esso può essere concettualizzato come Terapia Integrata Eziologico-Causale. Facendo riferimento alle tecniche terapeutiche definite come Padroneggiamento guidato e di Fronteggiamento efficace, derivanti dalla Teoria Sociocognitiva di A. Bandura (Autoefficacia, Teoria e Applicazioni, A. Bandura, cap. 8, pag. 435 - 499, Ed. Centro Studi Erickson,  2000).

 

A nostro avviso, una Teoria eziologico-causale “scientifica” dei Disturbi Psichici dovrebbe poter rendere ragione della genesi di determinati disturbi mentali, delle cause reali sottostanti, dell’evoluzione temporale e delle manifestazioni sintomatiche che li contraddistinguono; nonché sul perché dell’efficacia terapeutica (i fattori terapeutici implicati nell’eventuale guarigione dei pazienti).

 

Un punto di riferimento fondamentale è il concetto di autoefficacia di Bandura (Autoefficacia. Teoria e applicazioni, A. Bandura, Ed. Centro Studi Erickson, 2000), che costituisce uno dei costrutti meglio supportati da evidenze sperimentali scientifiche, e rappresenta pertanto, a nostro avviso, uno dei capisaldi irrinunciabili di una Terapia scientificamente fondata in Psicologia.

 

Ci troviamo d’accordo su molti assunti e concetti formulati ed espressi da Bandura nel suo testo succitato, tra cui i costrutti fondamentali di autoefficacia percepita e di convinzione di efficacia, nonché i concetti di capacità e di controllo.

 

Molti Disturbi Mentali si caratterizzano per la perdita, oggettivamente osservabile, della capacità di mantenere un controllo adeguato sul proprio comportamento efficace.

 

L'autoefficacia percepita, compito-specifica, deriva e si ripercuote, attraverso una modalità di interazione reciproca, sulla percezione di competenza, sul modo di pensare, sull'autostima, sulla fiducia in se stessi, sulla scelta degli obiettivi, sul comportamento, attuale e futuro, e sullo stato emotivo in generale.

 

Interviene inoltre nella regolazione della motivazione e dell'impegno, e nell'attribuzione della cause che hanno portato al successo o all'insuccesso in seguito alle prestazioni fornite dal soggetto (Autoefficacia, Teoria e Applicazioni, A. Bandura, cap. 4, pag. 171 - 230, Ed. Centro Studi Erickson,  2000).

 

Gli interventi terapeutici mirano pertanto al ripristino delle capacità di autoregolazione e di controllo comportamentale efficace, agendo sulle cause eziologiche che secondo noi sono alla base dei Disturbi Mentali.

 

Non tutti gli indirizzi terapeutici tuttavia presuppongono l’esistenza di una causa o di uno o più fattori eziologici sottostanti nella genesi dei Disturbi Mentali  (vedi a riguardo l'Articolo corrispondente "Critiche al modello della Terapia Breve Strategica" nella sezione "Articoli").

 

Scrive Bandura: “L’autoefficacia percepita è, direttamente, una misura del controllo che l’individuo è in grado di esercitare sull’ambiente e, indirettamente, una misura delle sue capacità di riflettere su se stesso, di orchestrare la propria condotta in relazione alle opportunità offerte, di dirigere i propri sforzi al perseguimento di mete, in accordo con il rispetto di standard e valori interni ed esterni”.

 

“Il sistema di convinzioni su di sé è fondamentale per il funzionamento adattivo dell’uomo. Le convinzioni relative alla propria efficacia si ripercuotono pressoché su qualsiasi azione, su come si pensa, ci si motiva, ci si sente e ci si comporta” (Autoefficacia. Teoria e applicazioni, A. Bandura, Ed. Centro Studi Erickson, 2000).

 

“Ciò che caratterizza il costrutto e rende possibile lo studio sistematico dei processi che lo governano è la sua specificità. È d’altro canto verosimile che i sentimenti di autoefficacia possano gradualmente generalizzarsi da un dominio di attività all’altro, sino a improntare tutto il rapporto del soggetto con la realtà” (Psicologo, Verso la professione, P. Moderato, F. Rovetto, cap. 20, pag. 445-446, Ed. McGraw-Hill, 2001).

 

Caprara e Pastorelli, a proposito dell’importanza della Personalità, scrivono: “La personalità si configura propriamente come un’agenzia attiva che contemporaneamente riflette, assimila e trasforma le influenze del  mondo esterno, in quanto capace di riflettere su sé stessa e perciò di autoregolarsi in virtù delle norme, degli standard, delle mete che nel corso dell’esperienza ha trasformato da esterne in interne  per l’azione combinata di modelli, rinforzi e proprietà emergenti della mente”.

 

“In questa prospettiva assume rilievo significativo la nozione di autoefficacia percepita, in quanto espressione della capacità delle persone di autoregolarsi e di agire quindi proattivamente nell’ambiente”.

 

“Possedere determinate abilità o conoscenze, infatti, non significa necessariamente saperle usare efficacemente. È invece, soprattutto, la convinzione che il soggetto ha di poterle impiegare efficacemente ciò che si associa a processi di riflessione, di valutazione, di anticipazione e di decisione che consentono di monitorare costantemente,  ed eventualmente modificare, ciò che un individuo fa e come lo fa, al fine di raggiungere le mete prefissate” (Psicologo, Verso la professione, P. Moderato, F. Rovetto, cap. 20, pag. 445-446, Ed. McGraw-Hill, 2001).

 

La teoria dell’autoefficacia di Bandura considera il sistema delle convinzioni di efficacia come un insieme differenziato di convinzioni su di sé collegate a sfere di funzionamento distinte. L’efficacia è una capacità generativa in cui le sottoabilità cognitive, sociali, emozionali e comportamentali devono essere organizzate e coordinate adeguatamente. Il senso di autoefficacia non riguarda il numero di abilità possedute, ma ciò che si crede di poter fare con i mezzi a propria disposizione in una varietà di circostanze diverse.

 

Un funzionamento efficace richiede sia abilità adeguate, sia la convinzione di riuscire a utilizzarle bene. Le convinzioni di efficacia si ripercuotono sui processi di pensiero, sul livello e la persistenza della motivazione e sugli stati affettivi, tutti elementi che contribuiscono in modo rilevante al tipo di prestazione realizzata (Autoefficacia. Teoria e applicazioni, A. Bandura, Ed. Centro Studi Erickson, 2000).

 

L'efficacia di un intervento terapeutico esercita un'influenza diretta sull'autoefficacia percepita del soggetto, che è appunto compito-specifica. Vale a dire, un soggetto può percepirsi "competente" in un determinato settore o ambito, e meno competente in altri settori.

 

Essa pertanto non costituisce un costrutto statico, ma dinamico, in funzione di conoscenze specifiche inerenti, per es., la gestione di determinate situazioni, circostanze ed eventi. Questi a loro volto, sono in funzione per es. del livello di istruzione e di formazione del soggetto, delle sue capacità di ragionamento, delle sue esperienze di vita, dell’educazione ricevuta, della sua estrazione sociale, ecc., e pertanto non possono essere disponibili a priori e in ugual modo in ogni soggetto.

 

Ragion per cui, parlare di risorse che sarebbero disponibili già a priori e in ugual modo in tutti i soggetti, e che aspettano solo di essere utilizzate, come sostiene la Terapia Breve Strategica, ci sembra quantomeno semplicistico, una affermazione che può significare tutto e nulla.

 

Scrive Bandura in proposito: “La competenza richiede esperienze di apprendimento adeguate, non nasce spontaneamente. Lo sviluppo dell’efficacia personale richiede la padronanza di conoscenze e abilità raggiungibili solo attraverso lunghe ore di duro lavoro”.

 

“Nella realtà dei fatti, la competenza viene in genere raggiunta attraverso un processo lungo e arduo, specialmente nel caso in cui siano in gioco abilità complesse” (Autoefficacia. Teoria e applicazioni, A. Bandura, Ed. Centro Studi Erickson, 2000).

 

"Le persone si sono sempre sforzate di controllare gli eventi che condizionano la loro vita. Esercitando la propria influenza su ciò che possono controllare sono maggiormente in grado di realizzare gli scenari futuri desiderati e di prevenire l’avverarsi di quelli indesiderati".

 

La ricerca di controllo sulle circostanze della vita caratterizza quasi ogni azione umana in tutto il corso dell’esistenza, dal momento che il controllo degli eventi garantisce innumerevoli vantaggi personali  e sociali.  L’incertezza riguardo a questioni importanti fa precipitare le persone in uno stato di confusione.

 

L’incapacità di controllare ciò che influisce negativamente sulla propria vita alimenta l’ansia. Quanto più si è in grado di influenzare  gli eventi della propria vita, tanto più si è in grado di far assumere ad essi la piega desiderata.  Selezionando e creando attorno a sé qualcosa che riesca a favorire gli eventi desiderati, si contribuisce a determinare gli eventi della propria vita.  Quindi il principale oggetto di studio è la convinzione personale delle proprie capacità causative”.

 

Le persone che dubitano delle proprie capacità in particolari sfere di attività, poiché sono inclini ad attribuire le prestazioni inadeguate alla mancanza di caratteristiche personali, bastano pochi insuccessi per far perdere loro fiducia nelle proprie capacità. Cadono facilmente in preda allo stress e alla depressione” (Autoefficacia. Teoria e applicazioni, A. Bandura, Ed. Centro Studi Erickson, pag. 21-22, 2000).

 

“Un senso di efficacia resiliente, favorisce in vari modi i funzionamento sociocognitivo nelle relative sfere d’azione. Le persone che credono fermamente nella proprie capacità prendono i compiti difficili come sfide da dominare invece che come minacce da evitare. Mettono molto impegno in ciò che fanno e di fronte a insuccessi e battute d’arresto, incrementano i loro sforzi.

 

Di fronte alla difficoltà, restano concentrate sul compito e ragionano in modo strategico. Si propongono di raggiungere obiettivi ambiziosi e coltivano una forte dedizione verso di essi. Affrontano le potenziali fonti di pericolo o di stress con la fiducia di poterle in qualche modo controllare.

 

Questo modo efficace di vedere le cose aumenta il livello delle prestazioni e riduce lo stress e la vulnerabilità alla depressione.  Le metastrategie apprese in una sfera di attività che possono essere applicate in un ampio ventaglio di circostanze differenti tendono a essere generalizzate ad altri ambiti di attività.

 

I trattamenti orientati alla gestione efficace mirano a espandere l’impatto positivo delle esperienze di successo sulle convinzioni  di efficacia, coltivando abilità di coping generalizzabili che diano alle persone la capacità di esercitare un controllo su situazioni stressanti di vario tipo.

 

Per esempio, quando si insegnano abilità di coping generalizzabili a persone fobiche, il miglioramento della loro autoefficacia e del loro comportamento di coping va al di là della specifica minaccia per fronteggiare la quale sono state insegnate le abilità.

 

Anche esperienze di gestione efficace importanti che testimoniano in modo straordinario la propria capacità di compiere cambiamenti personali, possono produrre una ristrutturazione trasformazionale delle convinzioni di efficacia che si manifesta in diverse sfere  di funzionamento” (Autoefficacia. Teoria e applicazioni, A. Bandura, Ed. Centro Studi Erickson, 2000).

 

Per Bandura, il comportamento individuale è fortemente influenzato dalle aspettative che ciascun soggetto nutre nei confronti delle proprie capacità. L’aver ottenuto in passato buoni risultati o l’essere riusciti in compiti complessi, influisce sulla percezione delle proprie abilità, sulle aspettative e sul comportamento futuro. Non conta solo la percentuale dei successi ma anche le interpretazioni e le attribuzioni delle cause che hanno determinato il successo o, viceversa il fallimento.

 

Un soggetto convinto che il risultato della sua prestazione vari in funzione del suo impegno, in funzione quindi di una causa interna e controllabile, si aspetta con maggiore intensità di conseguire un successo rispetto a chi crede che il successo sia determinato da cause esterne e incontrollabili, come per esempio la fortuna o la difficoltà del compito. I soggetti che attribuiscono il successo alla proprie capacità e al proprio impegno (fattori interni), sviluppano un maggior orgoglio e traggono una maggiore autostima per i risultato conseguito.

 

Mentre il luogo della causa (attribuzione interna-esterna) ha un effetto particolarmente forte sui sistemi di orgoglio e stima per le proprie prestazioni, la percezione della stabilità e controllabilità delle cause di un successo è strettamente connessa alle aspettative circa le future prestazioni.

 

L’attribuzione dell’insuccesso a fattori ritenuti per lo più incontrollabili, come la situazione, il compito o la fortuna porterà, in tal modo, a ritenere che il risultato negativo possa verificarsi nuovamente in altre circostanze, scoraggiando un maggiore impegno o una maggiore applicazione nella risoluzione dei compiti e generando uno stato di ansia nell’affrontare nuovi compiti o situazioni poco frequenti (creando i presupposti per la cosiddetta ansia di prestazione, la creazione dello stimolo fobico, dell’ansia anticipatoria e dei comportamenti di evitamento, ndr.).

 

È proprio questo stato di ansia generalizzato, originario del senso di impotenza nei confronti del mondo (vedi a riguardo il concetto di learned helplessness introdotto da Seligman e Maier), alla base dei comportamenti inadeguati e che, a loro volta, creano le condizioni per confermare le proprie convinzioni.

 

A seconda, dunque, che successo e fallimento vengano attribuiti per esempio a cause interne o esterne, stabili o instabili, controllabili o incontrollabili (come concettualizzato per es. nella teoria attribuzionale di Weiner), variano le reazioni affettive e cognitive che conseguono a tali risultati.

 

"Nel giudicare la propria efficacia sulla base delle prestazioni fornite, le persone si servono di varie fonti di informazioni di efficacia molto più che dei 4 fattori causali valutati normalmente nelle ricerche ispirate alla teoria dell’attribuzione di Weiner (impegno, capacità, difficoltà del compito e caso). Oltre alla percezione della difficoltà del compito e della quantità di impegno profuso, le persone considerano se hanno agito in circostanze favorevoli o sfavorevoli, la quantità di aiuto ricevuto dall’esterno, le loro condizioni fisiche ed emozionali momentanee, e il pattern di successi e insuccessi ottenuti con il continuo impegno nell’attività".

 

"Anche le distorsioni positive o negative nell’automonitoraggio, nella rappresentazione cognitiva e nella rievocazione dei successi e  degli insuccessi passati influiscono sul giudizio di efficacia personale".

 

"Mentre la teoria dell’attribuzione di Weiner si occupa solo della percezione delle cause dei successi e degli insuccessi, la teoria dell’autoefficacia considera le informazioni di efficacia provenienti dall’esperienza diretta, dall’osservazione di modelli, dalla persuasione sociale e dagli stati affettivi. Le competenze e le strategie esibite dai modelli e le informazioni comparative di capacità che essi trasmettono, hanno un ruolo di  prim’ordine nei giudizi di efficacia personale".

 

"In realtà, quando la capacità personale viene misurata in modo relazionale, come spesso succede, le informazioni di efficacia apprese osservativamente possono  avere nelle valutazioni di autoefficacia un’influenza maggiore rispetto alle esperienze di azioni diretta.  Inoltre, al processo di giudizio di efficacia personale partecipano le valutazioni di altre persone significative e le percezioni degli stati somatici e affettivi. Le convinzioni di efficacia, a loro volta, condizionano le attribuzioni causali".

 

"L’effetto delle convinzioni di efficacia sulle attribuzioni causali è altamente replicabile nel campo delle prestazioni cognitive, delle transazioni interpersonali, delle performance fisiche e del controllo delle abitudini rilevanti per la salute" (Autoefficacia, Teoria e Applicazioni, A. Bandura, cap. 4, pag. 171 - 230, Ed. Centro Studi Erickson,  2000).

 

In tal senso, se noi rileviamo quindi nella persona, in seguito ad un nostro intervento terapeutico, un cambiamento comportamentale, dobbiamo essere in grado non soltanto di poter  ricostruire l’iter terapeutico, ma al contempo indicare e individuare i fattori terapeutici implicati e responsabili di tale cambiamento.

 

Di conseguenza, siamo fermamente convinti che al giorno d’oggi ogni teoria scientificamente valida debba basarsi sulle conquiste della Psicologia moderna sperimentale e di base, vale a dire su precisi concetti, fondamenti e presupposti scientifici.

 

Sentiamo la necessità sacrosanta di giungere ad una teorizzazione il più possibile scientifica sull’origine e sulla natura dei disturbi mentali che tenga conto della moltitudini di fattori e di variabili intrapsichiche, personologiche, relazionali e psicosociali, della loro interazione e delle modalità tramite cui influenzano il comportamento ed il pensiero umano, ne condizionano le modalità espressive e fungono da spartiacque tra salute e malattia psichica.

 

E di conseguenza, di giungere a presupposti e principi terapeutici altrettanto validi e scientificamente fondati e sostenibili.

 

Consideriamo pertanto come primum movens, in grado di influire positivamente e proattivamente sulla salute mentale e sul funzionamento psichico, o al contrario, di predisporre verso la malattie, se in difetto, le competenze, le abilità e le capacità specifiche che il soggetto possiede o acquisisce in determinati settori o ambiti della sua esistenza.

 

In considerazione del fatto che capacità e competenza si ripercuotono direttamente, come già esposto, sulla percezione e sulla convinizione di efficacia, e di conseguenza sulla motivazione, sulla cognizione, sulla capacità di coping e di problem-solving, sul comportamento efficace dell'individuo, ecc. In breve, influenzando  il funzionamento psichico in toto.


Ed è pertanto da esse che ogni intervento terapeutico efficace deve prendere le mosse.

 

Ciò premesso, andiamo ad illustrare la nostra posizione teorica alla base del nostro approccio terapeutico di aiuto (Vedi in proposito l'Articolo "Presupposti e Fondamenti Teorici della Terapia Integrata Eziologico-Causale nell'Approccio ai Disturbi Mentali" nella sezione "Articoli").

 

La moderna Psicologia concepisce l’essere umano come profondamente radicato nel contesto e nel tessuto sociale che plasma e condiziona praticamente ogni aspetto della sua esistenza.

 

L’individuo viene considerato all’interno di quello che viene definito Sistema motivazionale-cognitivo-emotivo-comportamentale, caratterizzato da una profonda interconnessione ed influenza reciproca di processi motivazionali, cognitivi, emotivi, espressivo-motori e comportamentali (ispirato al modello delle componenti - Component Process Model, CPM - proposto da K.R. Scherer: Psychological theories of emotion and neuropsychological research. In F. Boller & J. Grafman Eds., 2001).

 

Bisogni, desideri, aspirazioni, obiettivi e processi cognitivi, valutativi-esperenziali, motivazionali ed emozionali, le modalità prototipiche comportamentali e i fattori di personalità dell'individuo non sono viste come variabili a se stanti, ma al contrario come elementi profondamente interrelati, in reciproca interazione ed interdipendenza, che operano all’interno del contesto socio-ambientale e culturale.

 

Basti citare soltanto l’insieme delle regole e delle norme sociali, le aspettative sociali, le prescrizioni sociali, il conformarsi alle regole sociali, i processi e le dinamiche sociali, ecc., da cui scaturiscono una serie di vincoli, pressioni e richieste che possono divenire motivo di disagio e di sofferenza per l'individuo.

 

In base ad essi si generano, si modulano e si esprimono gli stati d’animo e le emozioni conseguenti, quali gioia, tristezza, felicità, rabbia, sorpresa, paura, ecc.

 

Riteniamo pertanto, che molte delle problematiche, dei disagi e dei disturbi psichici riconoscano una origine sociale, concettualizzabile come Ipotesi della eziologia psicosociale dei disturbi mentali.

 

Secondo tale concezione dell’origine sociale dei disturbi mentali, presupponiamo che molti dei disturbi psichici, e i sintomi specifici che li caratterizzano, riconoscano a monte, come iniziale fattore eziologico causale, una mancanza di competenze appropriate del soggetto inerenti determinate problematiche o la gestione di situazioni, eventi o circostanze specifiche.

 

Questi deficit sono visti sia come derivanti dall'interazione di fattori personologici (la personalità e il carattere del soggetto), fattori educativi-esperenziali (apprendimenti sbagliati, mancati o inadeguati, esperienze traumatiche, ecc.), e relazionali-sociali.

 

Una educazione carente o sbagliata, per es., può determinare un deficit nell’acquisizione di specifiche competenze comportamentali, a livello sia personale, che a livello relazionale-sociale dell’individuo, come verrà specificato più avanti.

 

In linea con l’assunto della terapia comportamentale, derivata dal comportamentismo, “basato sul presupposto che la maggior parte dei disturbi psicopatologici sia il risultato dell’apprendimento di pattern di risposta inadeguati e perciò disadattavi” (Psicologo, verso la professione, P. Moderato, F. Rovetto, cap. 14, pag. 290, Ed. McGraw-Hill, 2001).

 

Basandoci sul presupposto che è possibile ottenere dei combiamenti comportamentali attraverso l'Apprendimento e l'Esperienza. Secondo Hilgard e Bower "il concetto di apprendimento si riferisce al cambiamento del comportamento di un soggetto di fronte a una data situazione per il fatto che quella situazione sia stata sperimentata ripetutamente..." (Psicologia Generale, R. Caterina, M. Cesa-Bianchi, I. Fagioli et al., cap. 6, pag. 292, Libreria Utet, 2000).

 

"Tra le risposte emozionali spiacevoli occupano un posto particolare paure e fobie..., paure e fobie sono i due gradi più alti di questo apprendimento disadattivo. La paura è una risposta incondizionale provocata da stimoli spiacevoli o dolorosi... In altri termini la paura in sé non si apprende: si apprende invece ad aver paura, o a non aver più paura, di alcune cose...

 

Quando la paura appresa si rivela invece irrazionale, incontrollabile e disadattiva per il soggetto, si parla di Fobia. Molte forme fobiche sono il risultato di condizionamenti casuali di stimoli insignificanti a stimoli fortemente asiogeni: nella  maggior parte dei casi è possibile ricostruire l'esperienza che ha portato all'apprendimento della paura, evidenziando il ruolo del condizionamento, per poi attuare tecniche terapeutiche mirate. (Psicologia Generale, R. Caterina, M. Cesa-Bianchi, I. Fagioli et al., cap. 6, pag. 327, Libreria Utet, 2000).

 

“I comportamenti appresi, tuttavia, sono solo relativamente stabili e certamente non in modo definitivo: ogni apprendimento può essere modificato e anche perso. Può essere generalizzato a situazioni nuove, oppure essere posto sotto il controllo di eventi particolari.  Queste caratteristiche, che risultano estremamente adattive per ogni organismo in termini di flessibilità ed economicità, sono assicurate da alcuni processi fondamentali: estinzione, discriminazione, generalizzazione, imitazione”.

 

“L’estinzione di un comportamento è un processo naturale, altamente adattivo, perché seleziona le condotte da eliminare in base al fatto che non producono più conseguenze utili al loro mantenimento”.

 

“Gli organismo devono possedere la capacità di reagire a situazioni stimolo simili in modo simile: questa capacità è chiamata generalizzazione… quando un organismo apprende a rispondere a uno stimolo e non a un altro che si presenti simile al primo si è verificato il processo di discriminazione. Esso conferisce specificità, varietà e flessibilità al comportamento”.

 

“Alcune discriminazioni si imparano seguendo un training, come avviene nella scuola guida: dal fermarsi col rosso e passare col verde, al rispettare limiti e divieti, al saper eseguire in tempo manovre atte a evitare un incidente. Si può dire che l’abilità di un buon guidatore è per lo più costituita da discriminazioni raffinate: colpo d’occhio, percezione del limite di tenuta di strada”. (Psicologia Generale, R. Caterina, M. Cesa-Bianchi, I. Fagioli et al., cap. 6, pag. 354-366, Libreria Utet, 2000).

 

La Metafora della "Guida sicura" può servire come esempio concreto: I cosiddetti “Corsi di Guida Sicura” (CGS), tenuti dalle case automobilistiche mondiali (come per es., BMW, Mercedes, Fiat, Ferrari, ecc.) perseguono in generale lo scopo di consentire al guidatore di acquisire un maggior controllo sulla guida e di migliorare la sicurezza al volante.

 

Nonché di affrontare e controllare alcune possibili situazioni di emergenza, quali l'improvvisa perdita di aderenza del veicolo, l’evitamento di un ostacolo che compare sulla corsia di guida, ecc. (Per il lettore interessato all'argomento o per chi vorrebbe farsi un'idea concreta e comprendere meglio le ragioni di tale accostamento metaforico insolito, raccomandiamo il seguente link: http://www.guidarepilotare.com/guidasicura/chi_siamo/filmati.htm).

 

Nel nostro esempio viene operata una analogia tra un paziente ed un automobilista sregolato, il quale, pur se consapevole della propria insicurezza al volante, sarà incapace di modificare il proprio stile di guida, e continuerà, volente o nolente, a mettere a rischio la propria e altrui incolumità.

 

L’istruttore, durante il corso cercherà di analizzare le sue modalità di guida alla base delle sue difficoltà al volante, e al contempo gli trasmette, fungendo da modello (la tecnica dell'esposizione ad un modello), e gli fa in seguito sperimentare in prima persona le suddette "tecniche di guida sicura”.

 

In tal modo il soggetto potrà da una parte divenire consapevole dei propri limiti, e dall'altra sperimentare e acquisire quelle abilità e conoscenze necessarie che gli permetteranno di guidare in seguito con maggiore sicurezza.

 

L’intervento consiste quindi nel fornire al soggetto da una parte gli strumenti, le conoscenze, le specifiche linee guida e i modelli, e al contempo fargli acquisire in prima persona le esperienze dirette necessarie che gli consentiranno di ottenere un maggior controllo e la padronanza su quella che in precedenza rappresentava una situazione problematica: “la guida insicura.

 

Un tale approccio non contempla pertanto alcuna accusa, attribuzione di colpa o stigmatizzazione del soggetto. Egli non viene accusato, per esempio di essere un “incosciente”, “un pericolo pubblico”, di “non voler cambiare”, e che “tutto ciò che gli succede è colpa sua”, e così via.

 

Semplicemente, si parte dal presupposto che la persona incontra delle difficoltà per il semplice fatto di non possedere le competenze necessarie a fronteggiare determinate situazioni o eventi. Egli semplicemente agisce in tale contesto "al meglio delle proprie possibilità".

 

"Le esperienze dolorose modificano i giudizi sulle proprie capacità di controllo e la valutazione degli stimoli esterni, non gli stimoli stessi. Così, p.e., se una persona sviluppa la fobia di guidare in montagna in seguito a un incidente su un tornante, la strada di montagna non ha acquisito caratteristiche avversive.  Piuttosto, sono cambiate le convinzioni della persona circa le sue capacità di gestire situazioni di guida rischiose e i modelli di pensiero anticipatorio che da tali convinzioni derivano.

 

Per far tornare questa persona sulla strada di montagna, è necessario restituire fiducia nelle sue capacità di guida, non modificare la valenza della strada, associandola a stimoli benigni (Autoefficacia. Teoria e applicazioni, A. Bandura, Ed. Centro Studi Erickson, 2000).

 

Bandura, in riferimento agli interventi terapeutici e clinici scrive: "Il più grande vantaggio che si possa trarre da un trattamento psicologico è l’acquisizione degli strumenti socio-cognitivi necessari per affrontare efficacemente qualunque situazione si possa incontrare. Nella misura in cui un trattamento prepara le persone a influire sugli eventi importanti della loro vita, esso inizia un processo di cambiamento continuo autoregolato.

 

Questo risultato si ottiene, trasmettendo conoscenze, competenze e una salda convinzione della capacità personale di esercitare un certo controllo sulla qualità e il corso della propria vita.

 

Un funzionamento efficace personale richiede di sviluppare i mezzi per controllare i modelli di pensiero autodebilitanti, la sofferenza emozionale e i modelli comportamentali che danneggiano le relazioni con gli altri e con se stessi.

 

Il Fronteggiamento guidato infonde un forte senso di efficacia per quanto riguarda il fronteggiamento e il controllo del pensiero.

 

L’aumento di efficacia personale si accompagna a notevoli riduzioni del senso di vulnerabilità personale, dei pensieri intrusivi disturbanti e dell’evitamento comportamentale, nonché a un aumento del coinvolgimento in attività che procurano soddisfazione.

 

Il Padroneggiamento guidato è la procedura più efficace per aumentare le convinzioni di efficacia personale, ridurre l’ansia e ristabilire il funzionamento comportamentale. A prescindere dalla forma di trattamento utilizzata, il cambiamento comportamentale successivo è altamente predicibile in base alla conoscenza del livello di cambiamento dell’autoefficacia.

 

Né le parole isolate dell’azione, né l’azione slegata dal pensiero raccolgono buoni risultati.

 

Il principale mezzo di cambiamento personale raccomandato dalla teoria sociocognitiva è quello delle esperienze di Padroneggiamento. Quando le persone evitano diligentemente ciò che temono, perdono il contatto con le realtà da cui rifuggono.

 

Il Padroneggiamento guidato costituisce un mezzo veloce per ristabilire l’esame di realtà. Esso permette di smentire le convinzioni fobiche. Ma ciò che è ancora più importante è che le esperienze di Padroneggiamento, strutturate in modo da sviluppare le abilità di Fronteggiamento, permettono di avare conferme della capacità personale di controllare le situazioni potenzialmente minacciose.

 

Il contesto di consulenza psicologica clinica si configura pertanto come uno spazio specifico di analisi e conoscenza personale, in cui verranno fornite linee guida, modelli e indicazioni comportamentali che il soggetto potrà sperimentare in seguito nel proprio contesto interpersonale e sociale, in funzione della specifica situazione problematica.

 

Lo Psicologo, nel corso del suo intervento, non si prefigge di indurre o di ottenere quello che dovrebbe essere il “cambiamento comportamentale desiderato nel paziente” (il comportamento meta) attraverso “manovre di persuasione o di suggestione” nei suoi confronti, come si è soliti affermare nella letteratura specialistica di psicoterapia.

 

Ne tantomeno si prefigge di “insegnarli” qualcosa. Noi ci limitiamo semplicemente ad individuare e mettere in evidenza le difficoltà o le fonti del disagio sperimentate dal soggetto.

 

Mettendo a confronto il “Prima e Dopo” nel nostro esempio, se il nostro ipotetico guidatore insicuro all’inizio del corso percorreva per esempio una curva “medio-veloce” ad una velocità di 60 km/h, rischiando di sbandare o di uscire di traiettoria.

 

Se lo stesso guidatore alla fine del corso avrà una velocità di percorrenza di 90-100 km/h (avendo assimilato i concetti di posizione di guida, l’impostazione della giusta distanza delle braccia dal volante, l’impugnatura del volante e le tecniche di sterzata; la frenata, la scalata, l’inserimento in curva, la scelta del punto corda, l’accelerazione in uscita di curva, ecc.), ed in pieno controllo della vettura, senza l’utilizzo di congegni elettronici, quali ESP, controllo di trazione, quattro ruote motrici, ecc.

 

Risulta pertanto evidente che non stiamo parlando di “miglioramenti”, ma di un cambiamento onnicomprensivo nell’approccio alla guida e all’automobilismo in generale.

 

Il guidatore che alla fine del corso si siederà al volante della propria autovettura non avrà più niente a che vedere con il guidatore che esisteva prima di partecipare al corso di guida sicura.

 

Soltanto chi vi ha partecipato in prima persona, riesce a comprendere appieno di cosa stiamo parlando. Si tratta di una vera e propria esperienza trasformativa in toto, nel vero senso della parola.

 

In modo simile  deve intendersi l’esperienza della consulenza psicologica, che nel caso ideale cambierà per sempre l’approccio della persona nei propri confronti e nei confronti degli altri. Qui non stiamo parlando di interventi “miracolosi”, ma di risultati riconducibili ad un approccio basato su specifici presupposti psicologici.

 

Pertanto, il soggetto non deve essere persuaso o suggestionato, ma si tratta, secondo la nostra definizione, di una presa di coscienza, di un divenire consapevole di cose, fatti o eventi, che egli fino ad allora ignorava, o di cui non ne era a conoscenza.

 

Non si tratta quindi neanche di un processo definibile come “interpretazione psicoanalitica”, in quanto il disagio o la sofferenza sperimentata non vengono fatti risalire ad un conflitto intrapsichico inconscio sottostante, risalente alla conflittualità dell’età edipica o pre-edipica.

 

Il lavoro di interpretazione, quando necessario, è finalizzato pertanto a mettere in evidenza le implicazioni e le conseguenze delle azioni e del comportamento del paziente a livello personale e relazionale-sociale, e ad ampliare le competenze specifiche inerente la gestione e risoluzione che riguarda la specifica situazione problematica del soggetto.

 

Il nostro potrebbe essere pertanto definito si come un approccio sia razionalistico, basato su una logica di causa-effetto, che di fronteggiamento concreto. Nel senso che il cambiamento nel modus operandi del soggetto si basa da una parte sulle sue capacità di ragionamento e di analisi, e dall'altra sull'ampliamento o modifica delle modalità comportamentali disfunzionali, attraverso esperienze di pagroneggiamento concretamente vissute in prima persona.

 

ll nostro approccio terapeutico viene definito integrato, in quanto non si limiata ai processi cognitivi ed esperenziali, ma coinvolge nel contempo anche i corrispettivi processi motivazionali e intrapsichici che fanno leva sul comportamento responsabile della persona, nel contesto di un percorso di maturazione e crescita personale, in cui viene a mutare la visione stessa del proprio mondo.

 

Intesa come un’esperienza trasformativa nel vero senso della parola! Basata non su una “visione” o un “punto di vista”, ma su fatti, esperienze e vissuti concreti del soggetto nel proprio contesto interpersonale e relazionale-sociale.

 

"Questo risultato si ottiene, trasmettendo conoscenze, competenze e una salda convinzione della capacità personale di esercitare un certo controllo sulla qualità e il corso della propria vita" (Autoefficacia, Teoria e Applicazioni, A. Bandura, 2000).

 

Risulta improbabile pertanto che il soggetto, una volta che abbia acquisito le nuove competenze, riprenda le vecchie abitudini o i comportamenti adottati in precedenza.

 

Una tale eventualità, definita tecnicamente come “ricaduta”, porta l’attenzione sui concetti di efficacia ed efficienza terapeutica.

 

Un intervento terapeutico è definito efficace se contribuisce a risolvere in via definitiva il problema del paziente/cliente, ed è considerato tanto più efficiente, se riesce nell’intento nel minor tempo possibile e con il minor dispendio di risorse ed energie.

 

Le cosiddette eventuali “ricadute” nel contesto terapeutico sono considerate fisiologiche e giustificabili, in quanto rispecchiano quei processi di apprendimento e di assimilazione di ciò che di nuovo è stato acquisito. Tali processi richiedono tempo e un impegno costante da parte del soggetto, e pertanto non sono imputabili come un “fallimento” della terapia.

 

Ragion per cui possono essere riconducibili all’eventuale incertezza che si manifesta durante il periodo di transizione che intercorre per il passaggio dal vecchio al nuovo modus operandi del paziente/cliente.

 

Nessuno potrebbe ragionevolmente affermare che il nostro ipotetico guidatore ritornerebbe a guidare in modo sregolato e insicuro una volta apprese le tecniche di guida sicura alla fine del corso. Sarebbe altamente improbabile.

 

Una tale eventualità rispecchierebbe, a nostro avviso, semplicemente il periodo di assimilazione temporale necessario affinché il soggetto possa inglobare le nuove abilità nel proprio repertorio comportamentale, ed acquisirne la piena padronanza. Il che ovviamente richiede del tempo.

 

Senza che ciò vada ad inficiare tuttavia la cosiddetta efficacia terapeutica, andando semmai, a scapito dell’efficienza. Ciò che a noi interessa innanzitutto è tuttavia l’efficacia delle nostre azioni!

 
I Disturbi Mentali cosa sono e come vengono classificati

Sotto la denominazione di "Disturbi Mentali" vengono raggruppate in categore diagnostiche ben distinte l'insieme delle alterazioni o disfunzioni del normale funzionamento psichico e mentale, che sfociano spesso nella franca malattia, causando disagio e menomazione all'individuo che ne soffre o divenendo fonte di disagio per altri.


I Disturbi mentali vengono classificati in categorie diagnostiche distinte secondo il DSM-IV-TR (il Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali, quarta Edizione, Text Revision, della American Pscychiatric Association, 2000/1).

 
Lo Psicologo Clinico di cosa si occupa

 

Lo Psicologo clinico e di comunità si occupa della diagnosi, della cura e del trattamento dei Disturbi   Mentali, quali i disturbi dell'Umore, i disturbi d'Ansia, i disturbi dell'Alimentazione, ecc. Così come delle problematiche interpersonali, che non costituiscono vere e proprie patologie e disturbi conclamati, che tuttavia comportano o causano un marcato disagio all'individuo o sono fonte di disagio per altri, p.e., le problematiche nella coppia coniugale, nel rapporto tra genitori e figli, il disagio psichico esperito nel contesto lavorativo, scolastico o nelle interazioni sociali, disfunzioni sessuali, ecc.

 

Oltre al colloquio clinico, Lo psicologo clinico si può avvalere di metodologie psicodiagnostiche riconosciute come attendibili e valide, nella diagnosi e nel trattamento del paziente, per consentire alla persona di riacquistare o, come auspicabile, migliorare il suo precedente livello di funzionamento sociale e interpersonale (come per es. nella relazione di coppia), lavorativo o scolastico.

 

In Psicologia clinica sempre maggiore importanza acquista tuttavia la Prevenzione del disagio psichico e dei disturbi mentali conclamati, sia in ambito personale-individuale, che a livello sociale e di comunità, allo scopo di prevenirne possibilmente l'insorgenza e consentire lo sviluppo, l'integrazione (inserimento) ed un maggior adattamento degli individui nel proprio contesto sociale e interpersonale.

Ultimo aggiornamento Venerdì 09 Dicembre 2011 11:37
 
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